Il futuro dell’informatica: realtà virtuale e sistemi cognitivi

È terminato da pochi giorni l’evento F8 di Facebook, nel quale Mark Zuckerberg ha illustrato il futuro di Facebook sulla realtà virtuale. Un futuro molto vicino, poiché la versione beta del famoso client per il social network, è già disponibile per gli occhiali VR. E se la tendenza è quella di sviluppare in questa direzione, vi è anche l’orientamento verso le tecnologie cognitive.

Oltre alla quantità degli attacchi, è cambiata anche la qualità, perché in aggiunta agli obiettivi classici quali carte di credito e dati finanziari, siamo passati nel 2016 ad attacchi che hanno un forte impatto sui dati non strutturati, dalle mail ai documenti aziendali. E non viviamo più nell’epoca degli hacker che stavano da soli: ormai è tutto una vera e propria industria, organizzata nel dark web, dove tutto avviene per motivi economici. Però conta anche il fattore umano, visto che la metà dei data breach sono dovuti a cause interne, come i dipendenti infedeli o le lacune nella catena di controllo interna. Altro fattore di cambiamento è il tema tecnologico: IoT, cloud e mobile creano una complessità decisamente maggiore rispetto al passato. Altro elemento è quello degli skill che mancano: nella cybersecurity si stima che vi siano 3-3,5 milioni di posti di lavoro non coperti a livello mondiale. (Francesco Teodonno – Security Business Unit Leader di IBM Italia)

Ed è proprio questa la sfida più importante da combattere. Il F8 è avvenuto a ridosso del tragico omicidio di Robert Goodwin da parte di Steve Stephens, soprannominato l’omicida di Facebook. Il CEO di Facebook ha commentato l’evento con rammarico raccontando le modalità con cui Facebook effettua i controlli dei video postati sulla piattaforma. Tra questi colpisce un sistema di riconoscimento automatico dell’immagine trasmessa. Il sistema, automaticamente, è in grado di discernere il volto dal resto del corpo ed operare analisi su quanto viene visualizzato. Questa tecnologia, ad esempio, consente di individuare con precisione e tempismo i video dei miliziani islamici, riconoscibile dal colore della divisa. Oppure la presenza di un possibile suicidio (l’argomento è trattato con maggiore precisione qui).

IBM sta lavorando sempre più alacremente alla realizzazione di tecnologie cognitive in grado di comprendere il comportamento umano e assegnare una risposta al livello di minaccia percepito. Si tratta di un incrocio tra cognitivismo e comportamentismo, due branche della psicologia molto importanti. Questo perché oltre ad attivare misure difensive si spera di analizzare il comportamento umano e creare attività preventive di difesa. Ad esempio, esaminando il comportamento di un utente poco cauto nella gestione della mail, il sistema potrebbe scegliere di attivare blocchi su allegati e messaggi potenzialmente pericolosi.

Si tratta di risposte complesse che, come sostiene IDC nell’articolo di TechFromTheNet, nel 2018 avranno una copertura del 70% delle aziende.

Il segreto di queste tecnologie (che si parli di soluzioni software o anche hardware) non è legato alle capacità di risposta ma agli algoritmi che permetteranno l’apprendimento e, di conseguenza, moduleranno le difese. Solo grazie alla corretta unione di queste due fasi, si otterrà una vera tecnologia adattiva nel campo della sicurezza informatica.

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