Stanno aumentando sulla rete i video di violenza sugli animali

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Qualche anno fa fece scalpore una notizia nella quale si affermava che su alcuni siti della darknet fosse possibile ordinare, a pagamento, l’esecuzione di animali da parte di seducenti donne in tacchi a spillo. La tendenza, negli anni, è aumentata e il lock-down ha favorito la diffusione di questi video anche sulla rete “di superficie”.

Il fenomeno

Benchè sia un fenomeno sconosciuto ai più, la violenza sugli animali ha un mercato molto vasto. Video e foto provengono da ogni parte del pianeta, anche se alcuni paesi possono “vantare” una produzione più vasta. Il mercato è così tanto articolato e raccapricciante, che nella darknet gli hacker hanno sabotato i portali incaricati della distribuzione e manomesso i forum di discussione nei quali si inneggia a nuove tecniche di tortura e si forniscono idee su come uccidere le povere bestiole massacrandole. Il fenomeno ha avuto vari nomi nel tempo, ma uno dei più diffusi ed espliciti è zoocore nato dalla crasi tra il termine zoo e il termine core proveniente da hardcore. Un altro nome, per quanto simile, è zoogore nato dalla crasi tra il termine zoo e il termine gore che in inglese significa violenza.

Diverse associazioni nel mondo si stanno battendo per porre fine a questo mercato disumano, collaborando con autorità del calibro dell’FBI. Un esempio tra tutti è l’American Humane che ha avviato una campagna dal titolo molto chiaro: “Reporting Internet Animal Abuse”. In molti paesi, in effetti, la normativa a tutela degli animali è in uno stato avanzato ma in altri è quasi completamente assente, favorendo la creazione di video che però vengono poi immessi nella rete a “beneficio” di tutti. Negli Stati Uniti fu emendato un atto denominato “Animal Crush Video Prohibition Act of 2010” per bloccare definitivamente azioni come quelle oggetto della presente inchiesta di seguito.

Durante l’inchiesta abbiamo avuto modo di trovare video che riguardavano insetti di varia natura, animali di piccola taglia (conigli, gatti, cani) ma anche animali di grande taglia (cavalli). Al centro di molti di questi video la componente sessuale è in secondo piano: si tratta, in realtà, di un baccanale di violenza incentrato sulla capacità di prolungare la sofferenza dell’animale fino al momento della sua morte.

Alcune caratteristiche principali

In alcuni video si riescono ad intravedere scritte, o si sentono dialoghi, dai quali è possibile estrarre essenzialmente riferimenti geografici di attori e/o luoghi. Nel caso della presente inchiesta i principali paesi di cui si è avuto evidenza sono stati: Cina, Germania e Russia. Di solito tutti questi video hanno caratteristiche comuni: si comincia con la presentazione del boia che, generalmente, assume l’aspetto di una giovane modella attraente. Il boia quindi mostra la preda che, inizialmente, tranquillizza con coccole e attenzioni. Poi iniziano le sevizie che possono comprendere qualsiasi forma di violenza ai danni dell’animale. Molto spesso gli stessi indumenti diventano strumento di tortura e di morte: i tacchi a spillo, ad esempio, vengono usati come coltelli mentre gli stivali favoriscono azioni ben più cruente.

Tra le caratteristiche del fenomeno vi sono anche numerosi aspetti legati ad alcuni dettagli. I video asiatici sono quelli che sfruttano maggiormente “gli esterni” mentre quelli di centro europa sono ambientati al chiuso (stanze di hotel, cucine, laboratori, etc…).

In alcuni casi si tratta di video di vecchia manifattura: ad esempio l’immagine sopra riportata ha origine da una trascodifica proveniente, con tutta probabilità, da una vecchia telecamera MiniDV. La produzione, tuttavia, non si è fermata negli anni: è invece aumentata producendo prodotti dalla qualità maggiore in modo che i dettagli fossero tutti chiaramente visibili.

La diffusione del fenomeno

Nonostante alcuni paesi sembrino “prevalere” su altri, c’è stato modo di riscontrare che il fenomeno è così tanto diffuso che i principali paesi al mondo sono produttori di foto, video, fumetti, racconti e così via. Nel cercare una folle motivazione che spinga le persone ad alimentare questo mercato, ci si imbatte nelle storie più strane, come quella di un utente che confessa di aver ammazzato in vari modi tre gatti.

Non vi è nemmeno una tendenza discriminatoria di genere: maschi e femmine si alternano in video completamente privi di senso se non pieni di atrocità. Dal punto di vista tecnico, foto e video vengono caricati prevalentemente nella darknet dalla quale vengono scaricati dagli utenti e reintrodotti in Internet mediante strumenti di condivisione: in particolare nella darknet sono numerosi i forum dedicati a commentare le atrocità e l’odio verso questa o quella specie animale. Foto e video vengono ospitate su piattaforme che garantiscono l’anonimato degli upload come, ad esempio, AnonFiles.

Di sicuro i video a scopo commerciale si riconoscono per le avvenenti modelle vestite di tutto punto, presenti in video con titoli di testa che esplicitano quello che si andrà a vedere e con tanto di logo del sito che produce le clip in alto a sinistra. Una vera e propria produzione dell’orrore. Le modelle sono tendenzialmente degli ibridi: lineamenti orientali sono mascherati da trucco pesante e parrucche che richiamano lineamenti più occidentali. L’abbigliamento non va quasi mai oltre la biancheria intima proprio a testimoniare che in questi video l’importante non è la componente sessuale collegata alla figura umana. Esistono video di manifattura più amatoriale, ma sempre a scopo di lucro, dove la nudità è presente ma non come “protagonista”, bensì come “accessorio” alla violenza perpetrata.

Nel 2020-2021 numerosi video sono apparsi su YouTube, FaceBook ma soprattutto su TikTok e gli editoriali online hanno immediatamente provveduto a segnalare questa crescente e preoccupante tendenza. “Indipendent” uscì con un articolo intitolato “YouTube, Facebook and TikTok ‘earning millions’ from horrific animal-cruelty videos“. L’editoriale “Newsweek” pubblicò una notizia “YouTube, TikTok Videos Showing Animals Tortured, Buried, Eaten Alive Viewed 5bn Times” per denunciare la situazione. Sul portale Dove si leggono alcuni esempi.

TikTok, the popular social networking service has become a hotbed of animal cruelty, where users are seen punching helpless dogs, tying tight bands around cat’s ears, as well as violently kicking, smacking and even sexually abusing many other animals for likes and shares.

TikTok: Ban All Animal Abuse Content! (Link)

Una ragione singola non c’è…ce ne sono molte e tutte sbagliate

Una buona parte dell’inchiesta si è concentrata nel comprendere le motivazioni dietro questi video e, come in parte è stato già detto, non ve ne è solo una ma molte. La violenza ha un richiamo molto forte su alcuni soggetti sia sotto forma di carica sessuale, sia di complemento ad un odio verso una specie animale. Ci sono poi, ad esempio, soggetti che si concentrano non tanto sullo specifico animale bensì su una particolare parte anatomica.

Verrebbe da pensare che si tratti di casi isolati che però vantano seguaci con richieste, proposte, incitamenti e quanto altro. Ciò che è certo è che il fenomeno è diventato così tanto vasto, strutturato e diffuso che sono nati veri e propri database dedicati alla tortura animale come, ad esempio, l’Animal Dark Paradise.

Come si accennava all’inizio, il fenomeno è emerso su internet intorno agli anni 2000. Nel 2003 un importante portale di distribuzione online era visibile alla rete senza alcuna limitazione, successivamente chiuso e dimenticato da molti, ha lasciato una traccia esclusivamente dentro alcune parti della rete e dentro l’Internet Archive che ancora raccoglie alcune pagine benchè senza immagini.

Devianza sociale e ragioni psicologiche

Alla base di tutta questa violenza ci sono, chiaramente, comportamenti devianti che potrebbero sfociare in ben altro e non fermarsi semplicemente alla sfera animale.

It’s doesn’t matter if it is human, animal, or kid…

Da un punto di vista psicologico il maltrattamento animale è un potenziale elemento precursore di violenze sugli esseri umani. Il Prof. Frank R. Ascione, del Dipartimento di Psicologia della Utah State University, ha definito i maltrattamenti animali come:

Un comportamento socialmente inaccettabile che intenzionalmente provochi dolore, sofferenza, angoscia e/o morte non necessarie ad un animale

Prof. Frank R. Ascione

La letteratura è ampia in questo settore: la pet cruelty o zoosadismo trova origini strutturate nella teoria di Macdonald, secondo la quale fenomeni come:

  • piromania
  • zoosadismo
  • l’enuresi

Anche senza andare a “scomodare” le teorie legate ai pluriomicidi, è comunque palese che comportamenti così violenti nei confronti degli animali, sono la rappresentazione di un comportamento antisociale e quantomeno tendente al sadismo e alla sociopatia. Tra le pellicole occidentali più assurde (seppur non recente) spicca quella francese con B. (nome inventato), una donna incinta che massacra un coniglio calpestandolo con espressioni tutt’altro che tristi. La stessa è protagonista di una serie di video dal taglio amatoriale ma dalle finalità commerciali in cui pratica auto-erotismo davanti ad un computer sul quale scorrono video di bambini in lacrime di popolazioni povere.

Nel caso di B. il portale era pubblico, visitabile nel 2003 senza alcuna restrizione e marcato nella provenienza con la frase “Site francais” (è stata aggiunta una freccia per farlo notare). Per intenderci si trattava di un sito amatoriale a scopo di lucro tramite il quale si vendevano film ma anche oggettistica (come ad esempio scarpe da donna) e, cosa ben più importante, si creavano relazioni tra “amanti del genere” mediante mailing-list.

Conclusioni

Tra le ragioni che portano alla produzione di questi video vi sono sicuramente quelle di lucro unite, senza dubbio, ad una scarsa considerazione della vita animale. C’è da dire che in molti paesi, alcune specie animali sono considerate di scarsa importanza e non vige una cultura dedita al rispetto e alla cura. Il tentativo di repressione di questo fenomeno può essere gestito su tre fronti per essere efficace.

  • Il primo fronte è attraverso l’intervento delle autorità preposte alla vigilanza dei contenuti sulla rete. Il loro intervento, seppur non sempre tempestivo, è fondamentale per arginare il dilagare di contenuti dannosi.
  • Il secondo fronte è attraverso la collaborazione dei provider di contenuti o dei servizi su cui vengono pubblicati questi materiali: i social network devono essere vigili e reattivi nell’eliminazione dei contenuti e nella segnalazione degli utenti alle autorità.
  • Il terzo fronte è attraverso la giusta educazione al rispetto verso gli animali, cosa che impegna in prima linea i genitori e successivamente altre istituzioni.

Se questi tre fronti non cooperano per assicurare una migliore gestione dei contenuti, è certo che il numero di questi video aumenterà di numero e di brutalità.

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