Intervista a Carola Frediani: una giornalista in prima linea nella Cyber Security

Dopo averla osservata e apprezzata per il suo stile diretto, approfondito e unico ho deciso di contattare e intervistare Carola Frediani, una delle giornaliste hi-tech più in vista nel panorama nazionale.

Carola Frediani, giornalista, cofondatrice dell’agenzia Effecinque nel 2010. Scrittrice di tecnologie all’avanguardia, intrighi internazionali, hackers, cyber security per L’Espresso, Wired, Corriere della Sera, Sky.it, Il Secolo XIX, DailyDot, TechPresident, Motherboard. È praticamente una turbina di conoscenze, contatti ma soprattutto un’ottima analista del panorama nazionale ed internazionale. Ho avuto il piacere di conoscerla virtualmente in occasione degli attacchi di Anonymous e LulzSec_ITA nella settimana nera e mi sono appassionato alla sua mailing list e al suo canale Twitter. Ho deciso quindi di fare quello che normalmente è abituata a fare lei: intervistarla e farci dire qualcosa di più.


Carola diciamoci la verità: sei instancabile, costantemente impegnata a monitorare la situazione hi-tech internazionale. Ma la tua giornata di quante ore è fatta?

Troppo poche. Aiuta però cercare di far convergere, quando possibile, i propri interessi, dal lavoro al tempo libero. In questo modo si ottimizzano le proprie risorse. Anche se ogni tanto è davvero necessario trovare il modo di staccare del tutto. Vorrei farlo più spesso, ma alla fine anche staccare richiede impegno e organizzazione.

L’Italia sta scoprendo in questi anni l’importanza della Cyber Security anche dopo gli attacchi di Anonymous e LulzSec_ITA. Secondo te siamo un paese avanzato dal punto di vista della sicurezza? Cosa miglioreresti?

A parole in Italia l’importanza della cybersicurezza è stata scoperta da qualche anno. Di attacchi a istituzioni ce ne sono stati tanti, almeno dal 2011. E non è cambiato moltissimo. Ma la questione è che scontiamo ancora i ritardi di una classe dirigente che non sembra avere una cultura della Rete. Però il problema negli ultimi anni si è fatto più serio, la cybercriminalità è entrata nelle case e negli uffici col fenomeno dei ransomware. Poi ci sono stati casi eclatanti come Wannacry e NotPetya. Lo scenario internazionale è molto instabile sul fronte cyber, può portare a crisi improvvise e le ricadute degli attacchi non hanno confini. C’è la percezione, da parte di alcuni ambiti anche istituzionali, che bisogna correre, coi mezzi di fortuna che si hanno, mentre altri sfrecciano su costosi bolidi, se mi passi la metafora. Ma mi pare manchi ancora una visione più ampia, strategica, che riguardi proprio gli investimenti in hi-tech e innovazione, oltre che in cybersicurezza. Ci vorrebbe un po’ di ambizione, di lungimiranza, di programmazione a medio e lungo termine e di coraggio, oltre che di competenza. E ovviamente di soldi. Altro che il piccolo cabotaggio della nostra politica.

Ma come nasce questa passione per la parte hi-tech e qual è stato l’evento del tuo lavoro che ricordi con più piacere?

Nel 2001 ho iniziato a lavorare come giornalista in una piccola ma innovativa agenzia, Totem, fondata da Franco Carlini, pioniere della Rete in Italia, giornalista, saggista e grande divulgatore delle tecnologie digitali. Ci occupavamo di tutti gli aspetti del mondo internet, con un occhio particolare ai risvolti sociali e politici. Ho continuato a occuparmi di questi temi nella mia carriera lavorativa e dal 2011 ho iniziato a seguire la cybersicurezza. Mi sembrava evidente che questa avesse forti ricadute sulla politica e anche per questo mi piaceva.

Signal, Telegram, Twitter, praticamente sei ovunque: qual è il tuo armamentario per lavorare? Preferisci PC o Mac? Tablet o smartphone? Insomma con cosa lavori?

Ma, sai, stare un po’ ovunque ormai è la norma. Il canale Telegram che seguiva i miei articoli (ora perlopiù la newsletter) però non l’ho aperto io, bensì qualcuno che non conoscevo di persona e che apprezzava il mio lavoro. Quando si dice il bello della Rete.
Uso per ragioni di lavoro e personali diversi device e sistemi operativi, anche se Linux da alcuni anni è il mio punto di riferimento e di tribolamenti. Negli ultimi mesi, dato che per lavoro mi sposto molto in treno e vivo fra due città diverse, mi porto dietro spesso un tablet e una tastiera, invece del pc. In treno cerco di scrivere, ma avevo bisogno di viaggiare leggera. Insomma, ci si arrangia a seconda delle esigenze.

Hai uno sguardo sul mondo molto aggiornato e lo comunichi con la tua mailing-list (che consiglio a tutti di leggere), qual è la minaccia più concreta che avverti nell’immediato?

La cybercriminalità. E’ cresciuta, si è specializzata, si è estesa, è in grado di fare molti danni. E poi gli attacchi di gruppi sponsorizzati da Stati, che in alcuni casi sconfinano nel cybercrimine tradizionale, e quando lo fanno (vedi Wannnacry) hanno un forte impatto.

L’aspetto che più ti piace del tuo lavoro?

Seguire questi temi significa fare lo slalom fra tecnologia, innovazione, criminalità, lotta politica, affari internazionali, diritti umani, sorveglianza, privacy, e il futuro che ci aspetta. Questo mi piace molto, questo senso di frontiera, e anche il fatto di dover studiare e aggiornarsi.

Vorrei farti una domanda retorica ma penso sia molto importante: quanto tempo dedichi alla verifica e all’approfondimento delle fonti da cui prendi le informazioni?

Ho sempre cercato di dedicarci il tempo necessario, anche se a volte non è davvero sufficiente. Non è però solo questione di tempo, ma spesso anche di risorse e mezzi disponibili. Ogni giornalista o ex-giornalista ha – o almeno dovrebbe avere – un suo cimitero di articoli non scritti perché non ha trovato il modo di verificarli.

Hai dovuto rinunciare a qualcosa di veramente importante per svolgere la tua attività? Puoi dirci di cosa si trattava?

Il mio tempo libero, intendo proprio quello tuo personale. Saccheggiato come Attila dal lavoro. Perché il tempo per la famiglia alla fine lo preservi, il tempo per le altre cose necessarie della vita lo tieni. Ma tutto ciò che rientra nella tua sfera più intima, come il tempo per leggere senza un obiettivo, o quello dell’ozio, della distrazione fine a se stessa, insomma il tuo tempo… quello l’ho sacrificato per anni, consapevolmente. Senza molti rimpianti devo dire, ma con qualche fatica.

Se dovessi fare una classifica delle cinque nazioni più avanzate nella cyber-war, quali inseriresti?

Stati Uniti; Israele; Cina, Russia; Gran Bretagna. E non lo dico solo io, ma il World Economic Forum nel 2016. A questi vanno aggiunti Stati con capacità non così complete o eccelse, ma in grado di fare comunque molti danni anche per il modo in cui le usano, come l’Iran o la Corea del Nord.

Il tuo personaggio politico preferito?

Non riesco a rispondere sull’Italia, non mi sento molto rappresentata dalle attuali forze politiche. Inoltre non mi piace il leaderismo, preferisco l’idea di una politica dal basso, fatta di partecipazione concreta, sul territorio. All’estero, guardo con interesse al percorso di figure come Alexandria Ocasio-Cortez ed Elizabeth Warren.

Quale hacker (o quale team di hackers) consideri più pericoloso?

L’hacker più pericoloso è quello che ti prende di mira, è motivato ed ha molto tempo a sua disposizione, per riprendere una vecchia battuta di un ricercatore di sicurezza. Per fortuna non capita a tutti. Ma ovviamente ci sono persone più esposte: politici, imprenditori, manager, giornalisti, studi legali. E, soprattutto in Paesi non democratici, gli attivisti e i dissidenti. Come dicevo prima, a livello sociale i gruppi cybercriminali sono quelli più nocivi. Ma non si può sottovalutare l’azione di hacker parastatali. Sappiamo che i nordcoreani ad esempio possono mescolare rivendicazioni politiche e saccheggio economico, senza molti scrupoli sugli effetti collaterali.

Parliamo un attimo di etica, una parola che rischia di diventare fin troppo sfruttata. Quanto è importante nel mondo ICT secondo te e quanto viene sottovalutata?

L’etica ovviamente non interessa solo il mondo delle tecnologie digitali. Però c’è un problema culturale di fondo. Ci sono due vecchie concezioni che hanno spesso sminuito il ruolo dell’etica in questo campo. Una è che l’innovazione tecnologica sia di per sé buona, o anche solo neutra. E che quindi chi se ne occupa non debba porsi troppe domande su come verrà usata o sugli effetti che potrà avere. L’altra è che di certi temi tecnologici si debbano occupare solo i tecnici. Ma molti di questi temi hanno invece implicazioni legali, sociali, hanno degli effetti sui diritti delle persone. Negli ultimi anni c’è un forte risveglio al riguardo, basti pensare al dibattito sull’intelligenza artificiale, a livello accademico e governativo, ma anche nelle imprese private; e alle prese di posizione di molti dipendenti di aziende tech, che non vogliono produrre prodotti o servizi per usi militari, ad esempio. O al ripensamento avuto sul proprio lavoro da alcuni progettisti di interfacce sui social media, pensate per creare continue interazioni e dipendenza. C’è una crescente consapevolezza al riguardo, e questo è sicuramente un trend positivo.

Nei prossimi anni la figura del giornalista subirà sicuramente un cambiamento radicale e dovrà confrontarsi ancora di più con realtà hi-tech. Cosa consiglieresti a chi vuole fare la tua stessa attività?

Non so quanto io sia indicata, visto che qualche tempo fa ho deciso di cambiare lavoro, pur restando nella cybersicurezza. Comunque direi questo. Di acquisire prima una chiara, disillusa consapevolezza su quali siano le prospettive oggi, nonché le proprie risorse e quello che si vuole davvero fare. E, eventualmente, di studiare tanto, e seguire corsi specializzanti, meglio se all’estero.
E soprattutto di ricordarsi che ci sono tanti modi di fare giornalismo: fuori dai giornali, senza bisogno di tesserini e diciture da “giornalista professionista”, e senza necessità di diventare l’ennesimo editorialista di turno. Il giornalismo è in forte crisi, e il suo futuro è tutto da reinventare

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