Il nuovo modo di fare la guerra

Il nuovo modo di fare la guerra

Quando si è piccoli, almeno una volta, si è detta la frase “vorrei un mondo senza guerra”. Poi cresci, vai al liceo e all’università e impari che la guerra è qualcosa di spaventosa il cui unico (e discutibile) merito è di riavviare l’economia in modo portentoso. La guerra, di contro, devasta intere civiltà sia dal punto di vista umano che dal punto di vista strutturale. Torniamo a parlare di guerra ma in un modo diverso perché forse il tempo di una nuova guerra sta arrivando e, pur rimanendo spaventosa, è forse meno devastante della prima.

Il 19 marzo 2003, alle ore 22:15, il presidente americano George W. Bush avviò il conflitto in Iraq. La popolazione americana era molto titubante su questo conflitto: le ragioni che spingevano gli Stati Uniti a lottare contro i talebani erano deboli se paragonate alla presenza su un territorio impregnato di petrolio. Ma Bush comunicò che si sarebbe trattato di una guerra lampo. Il mito della guerra lampo ha sempre ingannato la popolazione: tecnicamente lo scontro durò dal 20 marzo al 1 maggio e quindi in apparenza è corretto parlare di guerra lampo ma la verità è che si trattava solo della prima fase di un conflitto che sarebbe durato anni…

Ogni guerra, lunga o breve che sia, porta con sé due cose molto importanti: morte e distruzione. Successivamente si avvia la ricostruzione dei territori devastati e quando sento dire che la guerra è portatrice di una nuova economia annuisco ma faccio notare che la nuova economia si fonda su una devastazione che si sarebbe potuta evitare. Un palazzo si può ricostruire, una famiglia distrutta invece no.

Meno demagogia, più cinismo…

Proviamo ad essere più cinici: la guerra è un business e come tale rappresenta un bene importante per molte nazioni.

  1. Acquisizione di risorse specifiche del territorio occupato
  2. Possibilità di insediamento militare e civile
  3. Espansione territoriale

E così via…sarà forse per questo che le guerre non vengono disputate fronteggiando due eserciti all’interno di un deserto: sarebbe sicuramente meglio per la popolazione civile che, invece, rimane il danno collaterale di tutto quanto il meccanismo. Ma la guerra ha dei costi che forse si potrebbero evitare, perchè se da una parte la ricostruzione post-guerra è effettivamente una miniera d’oro, dall’altra parte richiede un tempo sempre meno accettabile.

La guerra ferma l’economia del paese colpito. La gente non produce più, non riesce a condurre una vita normale e la riattivazione dei centri di business richiede una serie di passaggi lunghi e molto costosi: per prima cosa la fine del conflitto, poi la ricostruzione urbanistica, la riattivazione dei servizi principali e delle comunicazioni e poi, se tutto va bene, l’acquisizione delle risorse umane ammettendo che siano rimaste vive.

Ecco perchè durante i principali conflitti, gli ingegneri più esperti venivano presi e portati lontani dalle zone di guerra, con famiglie al seguito. Ma fare questo per un’intera popolazione è improbabile.

La guerra è troppo costosa in relazione ai benefici che porta. Quindi ci sono solo due possibilità:

  1. Non si scatena la guerra su territori in cui sarebbe troppo costosa
  2. Si scatena la guerra in un modo differente

Computer, spie e internet

Forse la popolazione mondiale, se venisse costretta consapevolmente ad accettare le guerre, sarebbe d’accordo affinché fossero silenziose, risparmiassero le vite degli innocenti e producessero meno distruzione possibile. È possibile? Forse.

La guerra oggi si conduce dietro una tastiera e lo si fa verso nemici lontani, o verso società industrializzate che non conviene fermare ma “manipolare”. Continuano, in questi mesi, i report sulla campagna politica di Trump: manipolata da Russia e Cina attraverso attacchi hacker mirati a indebolire la percezione di sicurezza che l’elettorato ha del presidente e della nazione. Una guerra psicologica? Sì, ma non solo…è una guerra molto pratica. Che produce effetti immediati e direttamente nel portafoglio della nazione ma attenzione, è una guerra distruttiva.

Il furto di dati, il danneggiamento di infrastrutture ICT, producono spesso licenziamenti e reazioni che comunque impattano sulla popolazione. Certo, non si uccide nessuno al momento ma la paura è che un domani la manipolazione dei dati arrivi alla manipolazione di infrastrutture critiche: ospedali, centrali elettriche, idriche, alterando il loro funzionamento e producendo effetti devastanti.

Piccoli e grandi…

  • 14 dicembre 2018: hacker iraniani provano ad entrare nelle comunicazioni di alcuni scienziati nucleari (v. articolo)
  • 2 dicembre 2018: porto di San Diego bloccato da presunti due hacker iraniani (27 e 34 anni) attraverso virus SamSam (v.scheda). Richiesto riscatto di 60.000.000$.
  • 22 agosto 2018: hacker russi clonano siti americani per ingannare la popolazione statunitense: vi metto il link di un ottimo articolo di Carola Frediani.

E potrei andare avanti per un bel pezzo senza assolutamente comunicarvi alcun “morto” o alcun “palazzo distrutto”. Eppure qualcosa di devastante è contenuta in questa guerra. Il fine ultimo è il crollo di una nazione e quello rimane immutato ed è scolpito all’interno della parola guerra. Far crollare un’economia può portare uguale devastazione e crisi sociali al pari della classica guerra. Inoltre a colpire è l’età dei cyber soldati. Si assoldano giovanissimi, in grado di conoscere le ultime tecnologie e i più avanzati linguaggi di programmazione, coinvolgendoli attraverso ingenti guadagni e usandoli come mercenari.

Si parla di etica ma…

L’etica ottenuta attraverso il denaro, a mio giudizio, è assolutamente discutibile. Molto spesso si commette l’errore di associare i due mondi ma sono quantomai distanti. L’etica prescinde dal denaro e fa parte di un insieme di valori personali che lo spingono ad agire in un certo modo, piuttosto che in altri. Molti hacker giovani vengono richiesti da software house (il caso ultimo è quello di FortNite) per consolidare un codice attraverso tentativi di attacco o cheating. Vengono pagati migliaia di dollari per un lavoro importante ma forse sovrapagato (non entro nel merito perchè si generebbe una polemica sterile).

Il punto è che spesso questo lavoro viene fatto passare per hacking etico: no, questo non è hacking etico….questo è semplicemente lavoro. Coinvolgi un professionista del settore (per quanto giovane possa essere) per testare qualcosa che tu non puoi o non sai fare e gli offri una cospicua somma di denaro. Semplice e lineare: altrimenti faremmo uno smacco ingiustificato a tutti i veri hacker etici che, ogni giorno, comunicano falle a sistemi informatici senza voler nulla in cambio.

Guerra…

La guerra non sparirà mai: potrà solo evolvere con l’uomo e ridurre il più possibile gli effetti sui soggetti collaterali. È un auspicio non da poco credetemi ma l’assenza della guerra è un’utopia che non appartiene alle specie viventi di questo mondo. Si lotta per il territorio, si lotta per la sopravvivenza, dalle cellule fino all’essere più complesso al mondo.

Cosa è cambiato rispetto al passato?

Tante cose: la guerra è diventata meno onorevole (ammettendo che lo sia mai stata) ma leggendo, ad esempio, i conflitti di cui racconta Sun Tzu, essi non avvenivano in città ma in territori aperti e dalla morfologia complessa. Oggi gli scontri colpiscono innocenti, città, nazioni che non hanno alcun interesse nell’essere coinvolti nel conflitto. La speranza è che tutto questo, se proprio deve esserci, possa trovare un senso diverso in un domani prossimo.