In Lombardia, nella località Lacchiarella (Pavia), ci sarà una manifestazione contro la costruzione di un data center. Si tratta di una delle prime manifestazioni italiane ed il fatto merita una corretta attenzione.
In un ottimo articolo pubblicato su Il Manifesto, dalla giornalista Francesca Coin, si affronta il tema del rapporto tra Italia e data center, accendendo una luce sul fenomeno Lacchiarella. Tale località ospiterà un campus dedicato ai data center con una richiesta di energia pari a tutta la città di Bologna. Questo tema, ovviamente, ha fatto insorgere alcune comunità di cittadini e associazioni che ritengono, a vario titolo, che i data center rappresentino un elemento di “disturbo” oltre che energivoro. La giornalista, a questo proposito, scrive:
Il caso di Lacchiarella è quello che preoccupa di più. In quest’area verde situata nel Parco Sud Agricolo, è stata approvata la costruzione del campus più grande d’Italia, con un investimento di 3 miliardi di euro per 5 data center collegati all’adiacente rete ad alta tensione e un consumo previsto annuo pari a quello dell’intera città di Bologna. Secondo Enrico Duranti, fondatore del Comitato di Ciarlasco, l’eventuale impatto sociale, ambientale e sanitario della struttura sarebbe enorme.
È però anche vero che non è solo un problema italiano: i data center stanno rappresentando un fenomeno di crescente sviluppo e di problematicità in molti paesi. La comunità di Sturtevant in Winsconsin ha citato in giudizio Microsoft perché il nuovo data center dedicato all’intelligenza artificiale, produrrebbe un eccessivo rumore danneggiando la quiete dell’intera comunità.

Il caso Lacchiarella
Il caso del comune di Lacchiarella è importante e ha una sua storia. Il 7 maggio 2026, la sindaca Antonella Violì fa pubblicare una comunicazione sul portale comunale.
I Data Center forniscono l’infrastruttura fisica per la tecnologia da cui dipendiamo al lavoro e nella vita privata. Ogni volta che apriamo una applicazione sul nostro telefono, partecipiamo a riunioni virtuali o scattiamo e salviamo una foto, stiamo utilizzando un data center. Le aziende, le Amministrazioni, gli ospedali, i tribunali, le banche, le scuole, le Camere di Commercio, i Ministeri, la Pubblica Sicurezza ecc…si affidano ogni giorno ai data center per fornire beni e servizi. Insomma, i Data Center sono la spina dorsale del mondo digitale. Senza di essi non esisterebbero lo streaming (Netflix, YouTube), i social media, le app bancarie, la posta elettronica, lo smart working o i servizi sanitari e pubblici online. Gestiscono i dati sanitari, i fascicoli digitali. Garantiscono che i sistemi vitali restino accesi in caso di guasti. Molti Data Center sono alimentati da fonti rinnovabili. Entro il 2030 il Green Deal dell’ Unione Europea punta a rendere tutti i Data Center a impatto zero. Oggi vengono utilizzate tecnologie avanzate che riducono drasticamente i consumi. Per andare oltre le narrazioni allarmistiche, la cittadinanza è invitata ad una serata informativa con tecnici ed esperti del settore.
GIOVEDI 7 MAGGIO ORE 20.45 – Sala Consiliare – Rocca Viscontea
Il Sindaco
Antonella Violi
La comunicazione viene accompagnata da una locandina in formato PDF che si riporta di seguito per completezza informativa.

Il 15 aprile 2026, esce un articolo su “La Provincia Pavese” a firma di Giovanni Scarpa, intitolato “«Fermiamo il data center» nasce un nuovo comitato“. L’articolo inizia così:
Lacchiarella. Data center, nasce il comitato per dire no al progetto che prevede la realizzazione di un centro di elaborazione dati a fianco del Girasole. A fondarlo un gruppo di cittadini che si oppone all’insediamento, giudicato eccessivo e soprattutto «fra i più grandi a livello europeo». Da tempo serpeggiava malcontento, almeno in una parte della cittadinanza. Ma ora, forti anche dell’intervento del ministero dell’Ambiente che ha “bacchettato” il Comune per non aver pubblicato all’albo pretorio il progetto, chi è contrario ha rotto gli indugi, fondano un comitato che ha già lanciato la prima iniziativa, vale a dire una raccolta firme.
Nell’articolo, Scarpa intervista Enrico Duranti, ambientalista impegnato in una contestazione attiva del progetto per mancanze documentali, Duranti afferma al giornalista che:
Ovviamente ci sono anche altre criticità, ma la prima in assoluto è la totale assenza di informazione e consultazione della popolazione, con il progetto tenuto nascosto nei cassetti – aggiunge – . Dopo una prima battaglia con il ministero dell’Ambiente siamo riusciti a far riaprire l’intero procedimento, in modo da permettere una corretta informazione della popolazione. Ma noi non ci limitiamo a questo e chiediamo l’inchiesta pubblica ai sensi del testo unico ambientale e delle direttive comunitarie.
Il TGR Lombardia, il 3 luglio 2026, ha pubblicato un servizio che cerca di riassumere la situazione lombarda dei data center, ponendo l’accento su tutta una serie di situazioni burocratico-sociali.
Il Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio contesta la posizione della sindaca Violi in merito alla costruzione del data center di Lacchiarella analizzando, ad esempio, il fenomeno di traffico che si genererebbe sulle strade a seguito della costruzione del centro. Il Comitato, analizzando i dati presentati dalla sindaca, oppone delle riflessioni in merito ai numeri e alle conclusioni a cui sarebbe arrivato il comune e le ha riportate all’interno di un post su Facebook reperibile qui. Per una questione di sintesi si riportano le conclusioni ma s’invitano i lettori ad analizzare quanto pubblicato dal Comitato.
Ovviamente non siamo qua a convincere che è meglio una o l’altra opzione. Per noi, quei terreni devono restare verdi e utilizzati per l’agricoltura. Siccome l’atteggiamento dell’amministrazione è sempre stato quello della chiusura e del non confronto, ci tocca sviscerare tutti questi elementi. Se ci fosse stato invece in un dibattito sereno e trasparente, sarebbe emerso che l’aumento del traffico era dovuto principalmente a nuove centinaia di posti di lavoro.
A tutto questo si aggiungerebbero delle perplessità dell’Istituto Superiore di Sanità riportate direttamente dal quotidiano “La Provincia Pavese”.

Tra le criticità rilevate dall’ISS vi sono:
- Stoccaggio del carburante (Direttiva Seveso): l’ISS rileva che la quantità di gasolio stoccato per il funzionamento dei gruppi elettrogeni supera il limite della soglia inferiore, pari a 2.500 tonnellate.
- Qualità dell’aria e dispersione degli inquinanti: nonostante il progetto segua le linee guida ISPRA per quanto riguarda le ricadute di particolato e la dispersione degli inquinanti in atmosfera, l’Istituto ritiene che l’approccio utilizzato “non sia da ritenersi esaustivo”.
- Impatti cumulativi sul territorio: l’ISS evidenzia la problematica legata alla presenza di numerosi altri data center a pochi chilometri di distanza (il “Campus” con sette data center a Siziano, oltre a quelli di Vellezzo e Binasco, e un altro progetto in fase iniziale a Certosa). Per questo motivo, richiede di “effettuare una valutazione integrata degli impatti cumulativi nell’area interessata”.
- Aspetti idrogeologici e idrici: vengono sollevati dubbi e richieste di chiarimento riguardanti l’impatto sulla falda acquifera, la gestione delle acque meteoriche e, più in generale, la collocazione della struttura nell’ambito “agricolo, sanitario e idrogeologico”.
Approfondimento. La Direttiva Seveso è la normativa dell’Unione Europea per la prevenzione e la gestione dei rischi di grandi incidenti industriali in cui sono coinvolte sostanze chimiche pericolose, istituita in seguito al grave disastro ambientale e sanitario avvenuto nel 1976 a Seveso, in Lombardia, a causa della fuoriuscita di diossina dallo stabilimento Icmesa. Questa legge obbliga tutte le aziende che detengono grandi quantità di sostanze nocive o infiammabili ad analizzare sistematicamente i propri scenari di rischio, adottare rigorose misure di sicurezza interne, predisporre accurati piani di emergenza d’intesa con le autorità locali e, soprattutto, garantire la massima trasparenza informando la popolazione residente nelle vicinanze su come comportarsi in caso di pericolo. Nel corso del tempo la normativa è stata progressivamente aggiornata per adattarsi alle nuove tecnologie e includere lezioni apprese da altri incidenti internazionali, arrivando fino all’attuale testo della Seveso III, il quale introduce una classificazione basata su soglie di stoccaggio e impone controlli stringenti e ispezioni periodiche sulla pianificazione urbanistica territoriale per impedire l’insediamento di centri abitati ridosso dei siti industriali ad alto rischio.
Data center: un business in crescita
La corsa ai data center in Italia è abbastanza sotterranea, la politica fa fatica ad interessarsene ma molti imprenditori e molte aziende hanno già comunicato a costruire impianti, acquistare centrali elettriche, accumulare energia. In questo blog avevamo parlato di alcuni recenti fatti come nell’articolo “Data center il caso di Zibido San Giacomo“, oppure nell’articolo “Il movimento no data center“. La giornalista Coin ci restituisce una fotografia interessante di questi investimenti.
Sono numerose le infrastrutture in fase di costruzione e progettazione, che si aggiungono alle 67 già attive in Lombardia, mentre gli operatori prevedono investimenti per 22 miliardi di euro in Italia nei prossimi cinque anni.
La Lombardia viene considerata una delle regioni italiane a più alto inquinamento, complice anche la conformazione geografica ed è ragionevole che la costruzione di questi data center preoccupi fortemente la popolazione. Il dipartimento “Institute for Water, Enviroment and Health” della United Nation University ha pubblicato (il 6 giugno) un report chiamato “Enviromental Cost of AI’s Energy Use“. Nel documento si affermano chiaramente dati che dovrebbero far riflettere in merito alla delicatezza dell’argomento, come quella inerente al fatto che nel 2025, il consumo di elettricità dei data center avrebbe generato una impronta inerente al consumo idrico pari a 4.500 miliardi di litri d’acqua, una quantità sufficiente a riempire 1,8 milioni di piscine olimpioniche o a soddisfare il fabbisogno idrico domestico annuo di base di oltre 600 milioni di persone nell’Africa subsahariana. Prima di proseguire è bene definire cosa sia un “impronta”, esaminiamo il concetto in diversi contesti:
- Carbon footprint (impronta di carbonio): le emissioni di gas serra (espresse in tonnellate di CO2 equivalente) che derivano dal mix di fonti energetiche utilizzate per generare l’elettricità.
- Water footprint (impronta idrica): i prelievi e i consumi d’acqua necessari per la produzione di elettricità e per il raffreddamento dei server e dei data center.
- Land footprint (impronta di utilizzo del suolo): lo spazio fisico occupato dalle infrastrutture energetiche, dai bacini idrici e dalle attività di estrazione dei combustibili e delle materie prime.

Secondo il report, se il consumo energetico dei data center venisse considerato come una nazione, un valore di 945 TWh si collocherebbe al sesto posto a livello globale per consumo di elettricità. L’impronta di utilizzo del suolo (land footprint) associata all’uso previsto di elettricità da parte dei data center nel 2030 supererebbe i 14.500 km², un’area grande circa 10 volte Città del Messico. Vi è poi il tema della produzione degli scarti, legati al consumo di batterie, componenti, apparati dedicati all’intelligenza artificiale (e non solo) che il report stima in modo molto chiaro. Entro il 2030, le infrastrutture per l’IA potrebbero generare fino a 2,5 milioni di tonnellate metriche di rifiuti elettronici (e-waste) all’anno, un volume equivalente a gettare via quasi 250 Torri Eiffel ogni singolo anno.
Capire meglio il problema
Il secondo capitolo del report analizza la crescente domanda energetica globale dell’intelligenza artificiale, evidenziando come l’addestramento e l’uso operativo dei modelli avanzati rappresentino una sfida imponente per la sostenibilità ambientale mondiale. L’addestramento dell’intelligenza artificiale non è un evento isolato o istantaneo, ma un processo intensivo e prolungato. Come si legge nel testo, “Every kilowatt-hour of electricity used to train or run an AI model carries environmental footprints” (pag. 26). Sono tre le materie maggiormente consumate: carbonio, acqua e suolo che non si riducono necessariamente di pari passo: il passaggio dal carbone alle bioenergie, per esempio, abbassa drasticamente le emissioni di carbonio ma comporta un notevole aumento dell’impronta idrica e di utilizzo del suolo.
Un focus particolare è dedicato ai consumi spropositati richiesti dai modelli d’intelligenza artificiale: se il modello GPT-3 ha richiesto circa 1,287 gigawattora (pag. 8) di elettricità per essere addestrato, per GPT-4 il consumo è stimato tra i 50 e i 70 gigawattora (pag. 8), un aumento di oltre quaranta volte, con previsioni fino a 100 gigawattora per i futuri modelli come GPT-5,. Sebbene la tecnologia diventi nel tempo più efficiente, il calo dei costi di calcolo spinge le aziende e le persone a un utilizzo dei sistemi su scala molto più ampia,. Questo fenomeno, noto come Paradosso di Jevons o effetto rimbalzo, finisce per annullare i benefici dell’efficienza energetica, portando a un incremento dei consumi totali delle risorse.
Approfondimento. Il paradosso di Jevons (conosciuto anche come “effetto rimbalzo”) descrive una dinamica controintuitiva in cui i miglioramenti nell’efficienza di una tecnologia non portano a un risparmio delle risorse, ma al contrario ne aumentano il consumo totale. Questo accade perché l’efficienza abbassa i costi, incoraggiando un uso molto più ampio e frequente. Man mano che i modelli di intelligenza artificiale migliorano e si sviluppano nuovi hardware, l’energia e il costo necessari per eseguire una singola operazione (come generare un testo o un’immagine) diminuiscono drasticamente. Poiché i servizi diventano più economici e veloci, diventano anche più attraenti e accessibili. Questo porta le aziende a integrare l’IA in ogni aspetto della vita quotidiana (motori di ricerca, smartphone, elettrodomestici) e gli utenti ad affidarvisi per un numero sempre maggiore di attività. La crescita esplosiva dei volumi di utilizzo supera di gran lunga i risparmi energetici ottenuti sulla singola operazione. Di conseguenza, il consumo totale di energia dell’intelligenza artificiale sale vertiginosamente, anche se il dispendio energetico della singola query scende.
Nel 2025, si stima che queste grandi strutture abbiano consumato a livello globale 448 terawattora di elettricità, una quantità che le collocherebbe all’undicesimo posto assoluto tra le nazioni del mondo per consumo energetico. I carichi di lavoro legati puramente all’intelligenza artificiale sono ormai responsabili di circa il 20% di questo immenso dispendio elettrico, una quota che secondo le proiezioni raddoppierà raggiungendo il 40% entro il 2030. Se le proiezioni venissero confermate, la sola intelligenza artificiale richiederebbe molta più energia elettrica dell’intera Nigeria.
Infine, vi è il tema delle disuguaglianze geografiche e dei costi riversati a livello locale. Quasi la metà dei data center a livello globale si trova negli Stati Uniti, seguiti a ruota da paesi come Cina, Germania e Regno Unito. L’impatto ecologico di queste strutture varia drasticamente in base al mix energetico locale: le reti che usano pesantemente i combustibili fossili presentano altissime impronte di carbonio, mentre nazioni che si affidano all’idroelettrico presentano espansioni territoriali e consumi di acqua sproporzionati. Si viene così a creare un forte squilibrio tra le comunità locali e i beneficiari lontani. Le popolazioni che ospitano fisicamente le infrastrutture subiscono la pressione sulle reti elettriche locali, il grave stress idrico causato dai sistemi di raffreddamento e i futuri danni derivanti dallo smaltimento dell’hardware.
Quanta energia consuma il mondo
Dati sul consumo mondiale di energia sono stati pubblicati all’interno del “Global Electricity Review 2026” della Ember il 21 aprile 2026.

Il Global Electricity Review 2026 è un rapporto annuale, giunto alla sua settima edizione e pubblicato dal gruppo di ricerca Ember, che offre una panoramica completa e dettagliata su come il mondo produce e consuma energia elettrica. In parole semplici è un’enorme “fotografia” del settore elettrico globale basata sui dati dell’anno precedente (il 2025). I suoi scopi principali sono:
- Raccogliere dati mondiali: Il documento analizza i dati sull’elettricità di 215 nazioni, coprendo ben il 93% di tutta la domanda elettrica del pianeta.
- Analizzare le grandi economie: Dedica un’attenzione speciale ai sette paesi e regioni che richiedono più energia (Cina, Stati Uniti, Unione Europea, India, Russia, Giappone e Brasile), i quali rappresentano da soli il 72% dei consumi globali.
- Mostrare le tendenze energetiche: Studia in che modo stanno cambiando le fonti che usiamo per generare corrente (come solare, eolico, nucleare, gas e carbone) e come queste scelte influenzano le emissioni inquinanti del settore energetico.
I dati vengono resi disponibili gratuitamente per aiutare ad accelerare il passaggio all’uso di energia “pulita”.

Bisogna anche puntare una luce su cosa significa consumare determinati tipologie di energie. Le reti elettriche “a basse emissioni” (come quelle basate su bioenergie o idroelettrico) possono ridurre l’impronta di carbonio, ma generano contemporaneamente un prelievo massiccio di risorse idriche e di suolo. Inoltre, il fabbisogno energetico e idrico (necessario per il raffreddamento dei data center) crea enormi pressioni a livello locale. Il risultato è che intere comunità, che spesso affrontano già situazioni di siccità o stress territoriale, subiscono gli “oneri ambientali”, a fronte di vantaggi economici, strategici e innovativi dell’IA che potrebbero fluire altrove, nelle mani delle aziende e dei paesi sviluppatori di tecnologie estere.
Conclusioni
Il caso Lacchiarella, come quello di Zibido San Giacomo e altri, ci permette di analizzare un fenomeno con cui sarà necessario fare i conti: la costruzione di nuovi data center è inevitabile ma a quale prezzo? Molte delle contestazioni fatte dai comitati riguardano inadempienze ed errori di carattere amministrativo-burocratico, con conseguente preoccupazione per gli impatti. Analizzando il problema su vasta scala, nell’ultimo anno, i data center hanno aggiunto circa 60 TWh alla rete, rappresentando il 7% dell’intero aumento della domanda elettrica globale registrato nel 2025 (fonte: report della Ember). Sempre la Ember prevede che la “fame di energia” dei data center crescerà a un ritmo quattro volte superiore rispetto alla domanda elettrica generale, passando dai circa 500 TWh consumati nel 2025 a circa 950 TWh previsti per il 2030.
È quindi lecito domandarsi che impatto avrà tutta questa crescita sul territorio e forse sarebbe il caso che la politica iniziasse davvero a dare una pronta risposta al problema, normando tale meccanismo in tutela dei cittadini e dell’ambiente. A questo proposito si raccomanda la lettura del seguente articolo: “Il nuovo “procedimento unico” per l’autorizzazione dei centri dati: ma è davvero unico” reperibile cliccando qui in cui si spiega che:
Sebbene l’iniziativa del Governo in materia di centri dati sia stata mossa dalla concreta esigenza di definire un quadro normativo certo e chiaro per l’autorizzazione dei centri dati sino ad ora carente, l’art. 8 né nella sua formulazione originaria, né a seguito delle modifiche apportate dal Parlamento in sede di conversione, rappresenta, ad avviso di chi scrive, quanto occorreva per stimolare lo sviluppo ordinato dei centri dati in tempi brevi e, al contempo, governare le potenziali spinte speculative con una disciplina del procedimento, degli aspetti urbanistici e delle connessioni capace di valorizzare le iniziative meritevoli, più efficienti e sostenibili sotto il profilo dell’approvvigionamento energetico, del consumo di suolo e della pressione sulle matrici ambientali.
L’articolo, molto puntuale dal punto di vista giuridico, offre lo spunto di una riflessione tecnica per comprendere le problematiche di regolamentazione normativa.